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Posts Tagged ‘storie’

Il dolore è il mezzo attraverso cui il corpo ci informa di una condizione di danno, è il suo modo per gridare a se stesso “aiuto”. E’ pertanto una benedizione, un sistema – quasi – infallibile a cui dobbiamo esser grati.
Eppure, l’unica cosa che percepiamo è che quella sensazione così spiacevole è qualcosa di completamente estraneo a noi stessi, qualcosa che non ci appartiene, e l’unica cosa che vogliamo è smettere immediatamente di provarlo, cacciarlo via.

Non riusciamo a pensare ad altro. E se potessimo tornare indietro e dipendesse da noi e dal nostro comportamento, faremmo di tutto per evitare che si scateni.
Cerchiamo senza sosta una ragione, una causa plausibile per quello che proviamo, una logica spiegazione, ci affanniamo per capire.
E sia il nostro un dolore psichico o fisico, se è davvero insostenibile, cerchiamo incessantemente una cura, un modo per alleviare la nostra pena, e saremmo disposti a tutto per farlo.

Crediamo di sapere cosa ci farà stare meglio e vorremmo trovar da soli un rimedio, mentre cerchiamo di reagire; altre volte, esausti, non possiamo far altro che affidarsi agli altri, a chiunque ci rassicuri che passerà.
L’unica cosa che desideriamo è non sentire mai più quel dolore; raccomandiamo a noi stessi di non dimenticare quel momento, di usarlo come promemoria ogniqualvolta ci lamentiamo inutilmente del maltempo o del troppo da fare.
Ma poi quasi mai lo facciamo; se il recupero è completo probabilmente ce ne dimenticheremo quasi del tutto, o il ricordo comunque perderà il suo potere evocativo. L’esperienza dolorosa è qualcosa che rifiutamo nel momento stesso in cui ci sentiamo bene, e di cui ci rammentiamo solo quando succederà di nuovo.

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Vorrei che mi piacessero le spezie, perché così mi sentirei una persona esotica e interessante.

Vorrei che i gatti avessero venti vite anziché sette, e che i cani vedessero a colori.

Vorrei regalare il tempo che perdo a chi sa farne un uso migliore di me, e rubarne un po’ a chi non sa che farne.

Vorrei un’occasione alla settimana per festeggiare, due Natali all’anno e un autunno più lungo.

Vorrei un mondo in cui il pout pourri non esiste, in cui le cassiere sorridono di più e le commesse di meno.

Vorrei che le persone ce l’avessero meno con il tempo; così che il vento, la neve e la pioggia non si ritorgessero sempre contro di loro.

Vorrei essere meno permalosa, più docile e più autonoma. Vorrei avere spalle più forti.

Vorrei avere orecchie più grandi, per ascoltarti meglio, e anche una bocca più grande, per parlarti più spesso.

 

Vorrei un posto al mondo solo nostro, e tanti posti al mondo nostri solo per un po’ di tempo.

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Grigio

Di grigio cenere, forse più chiaro. Così Emma colorava il cielo, nei suoi dipinti. Usava lo stesso colore per tutti, ed era sorprendente come riuscisse a creare sempre la stessa tonalità. Non importava se volesse rappresentare alberi e paesaggi o una scena d’amore, lo sfondo era sempre quel cielo sobrio, quasi trasparente, come ad essere neutrale con tutti i suoi soggetti. Riserbava i colori vivaci alla parte inferiore del quadro, senza una predilezione particolare per uno o l’altro, ma sempre con un certo garbo.

“Certo che sei strana forte! Perché sempre quel colore insignificante? Oggi per esempio, è una giornata serena e luminosa perché non trarne ispirazione e inaugurare un bel turchese?”

Le ammonizioni della sua coinquilina non potevano lasciarla più indifferente, motivare la sua scelta non le interessava. Al massimo poteva rispondere con una frase sconnessa dal contesto come “ha telefonato tua madre”, ma senza mai staccare gli occhi dal quadro. Quella non era l’occupazione principale di Emma, non frequentava una scuola dedicata e neanche coltivava in maniera costante questa sua passione:  si potrebbe dire che era come se fosse affetta da attacchi d’arte, come se la pittura fosse per lei una malattia a poussés, che per mesi non le lasciava scampo, e poi si quietava.  Le fasi di attività non avevano però frenesia, era un susseguirsi di rituali dal ritmo cadenzato. Sedersi la mattina nello studio, intingere i pennelli nel colore, lavorare la tela: tutto procedeva con estrema calma ogni giorno fino a sera. E non lasciava mai un lavoro inconcluso, non si dedicava ad altro finché non lo portava a termine, non importava quanti giorni avesse richiesto.

Senza che Lui le avesse chiesto niente, una notte che dormirono insieme dopo l’amore, Emma prese a parlare del dipingere. Sembrava in trance, più che davvero sveglia. Allungando le gambe magre sotto il lenzuolo e fissando il soffitto, volle spiegare che il grigio del suo cielo, di tutti i suoi cieli, era il colore attraverso cui lei si guardava attorno. “Come attraverso una coltre di nebbia, una tenda sottile o delle lenti scure. Sono imparziale con quel che dipingo perché è così che tutto mi appare”.  Lui l’ascoltava in silenzio, temendo che una domanda potesse destarla del tutto e farla interrompere. Ma alla fine non si trattenne e le chiese: “Vedi così anche me? Fosco e appannato?” Lei si voltò e sgranò gli occhi verdi, come se solo in quel momento si accorgesse della sua presenza – “Tu sei coperto di fuliggine, potrei soffiarti sopra e scoprirti, ma non voglio. Perché sei tanto qui adesso, quanto assente domani, e allora non c’è motivo per guardarti sotto un cielo blu.”

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