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Posts Tagged ‘persone; mare; storie; vita’

Il dolore è il mezzo attraverso cui il corpo ci informa di una condizione di danno, è il suo modo per gridare a se stesso “aiuto”. E’ pertanto una benedizione, un sistema – quasi – infallibile a cui dobbiamo esser grati.
Eppure, l’unica cosa che percepiamo è che quella sensazione così spiacevole è qualcosa di completamente estraneo a noi stessi, qualcosa che non ci appartiene, e l’unica cosa che vogliamo è smettere immediatamente di provarlo, cacciarlo via.

Non riusciamo a pensare ad altro. E se potessimo tornare indietro e dipendesse da noi e dal nostro comportamento, faremmo di tutto per evitare che si scateni.
Cerchiamo senza sosta una ragione, una causa plausibile per quello che proviamo, una logica spiegazione, ci affanniamo per capire.
E sia il nostro un dolore psichico o fisico, se è davvero insostenibile, cerchiamo incessantemente una cura, un modo per alleviare la nostra pena, e saremmo disposti a tutto per farlo.

Crediamo di sapere cosa ci farà stare meglio e vorremmo trovar da soli un rimedio, mentre cerchiamo di reagire; altre volte, esausti, non possiamo far altro che affidarsi agli altri, a chiunque ci rassicuri che passerà.
L’unica cosa che desideriamo è non sentire mai più quel dolore; raccomandiamo a noi stessi di non dimenticare quel momento, di usarlo come promemoria ogniqualvolta ci lamentiamo inutilmente del maltempo o del troppo da fare.
Ma poi quasi mai lo facciamo; se il recupero è completo probabilmente ce ne dimenticheremo quasi del tutto, o il ricordo comunque perderà il suo potere evocativo. L’esperienza dolorosa è qualcosa che rifiutamo nel momento stesso in cui ci sentiamo bene, e di cui ci rammentiamo solo quando succederà di nuovo.

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La mia vicina si chiama Silvana. O almeno, così mi è sembrato di captare. E’ una signora di mezz’età coi capelli biondi e qualche chilo di troppo. Abita al palazzo accanto al mio al mare, in linea d’aria gli appartamenti sono molto vicini, e quando siamo a tavola  – e non solo – per forza di cose ci vediamo. Ha un tono molto alto di voce e parla gridando, e ovunque mi trovi, non solo in terrazza ma anche dentro casa, non posso fare a meno di ascoltare tutto ciò che dice. Parla a volte in inglese e a volte in italiano, spesso mischiando frasi e parole delle due lingue nello stesso discorso e col medesimo interlocutore. Si sente che è anglofone, sebbene parli un italiano perfetto e senza alcuna inflessione, e anche la maggior parte delle persone che frequentano la sua casa o alle quali telefona, evidentemente comprendono e parlano come lei entrambe le lingue, intercambiandole. A Silvana piace la musica napoletana, la mette a tutto volume quando stira o lava i pavimenti. Quando starnutisce, se non riconoscessi che si tratta del suo starnuto, potrei pensare che qualcuno è caduto dalle scale urlando o ha visto un fantasma e grida spaventato. Ha una risata grassa e contagiosa, e un marito con un gran pancione; li sento stappare bottiglie di champagne quasi tutti i giorni, e sembrano mangiare sempre cose appetitose.

In genere non ho una predilezione per le persone così costantemente rumorose e chiassose, in ogni aspetto del loro modo di essere, ma provo una spiccata simpatia per lei. Vorrei tanto conoscerla, e immagino scene in cui questo succede. Per esempio, immagino di bussarle alla porta con un vassoio di biscotti appena fatti, per conquistarla; o di attaccare in qualche modo bottone mentre siamo entrambe in terrazza. E poi, mi immagino seduta alla sua tavola, ben rimpinzata, mentre mi fa la cronaca della sua vita passata. Ascoltarla chiaccherare a macchinetta sono sicura che sarebbe salutare per me, che mi distrarebbe da qualsiasi eventuale problema.

Quindi, caso mai tu mi leggessi Silvana, sappi che secondo me potremmo diventare buone amiche.

La tua vicina di casa, Elisa.

 

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