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Oggi penso a

Oggi penso ai cumulonembi, sebbene in cielo non ce ne siano: “cumolonembi” mi sembra un nome regale, e chissà se ci sarà una dinastia chiamata così.

Penso alle persone con gli occhi buoni, che non ce ne siano mai abbastanza. Penso ai sorrisi e alle parole di incoraggiamento delle persone con cui lavori, che ti fanno pensare di trovarti nel posto giusto. A quella pacca sulla spalla che fa sentire incredibilmente meglio e a chi la aspetta da tempo. Penso agli aneddoti buffi durante le pause e chi sa raccontarli bene.

Penso a chi si sposa oggi.

Penso ai miei sogni strampalati e affollati, e a come i frammenti di questi sogni vengano fuori durante tutto il giorno successivo, per affinità con quello che succede o a cui sto pensando. Come un puzzle che va ricomponendosi piano piano e fa appena in tempo ad esser pronto, prima che possa iniziarne subito uno nuovo.

Penso alla voglia di polenta fritta che mi viene appena fa un poco freddo.

Penso al mio otto ottobre scorso, a me e te ad Amsterdam insieme per la prima volta. Al fatto che non faceva poi così freddo, alla mia giacca rossa. A quanto mi sembrava folle e giusto allo stesso tempo, quello che stavo facendo. Penso a quel musicista di colore che suonava nel parco la domenica, al cielo terso di quel giorno, al nostro piccolo pic-nic sull’erba. Penso a tutti i posti che mi hai fatto scoprire tendendomi per mano, alla città vista dalla tua bicicletta mentre mi stringevo a te, a quanto mi è piaciuto immergermi in quella vita.

Penso a quanto mi piace indossare camicie celesti.

Penso alla corona d’alloro della mia laurea, che ho appeso, tutta spruzzata di lacca, a una mensola di camera mia. E mi chiedo se è contenta di restare con me.

 

Penso che tra poco ci sarà la sagra del cinghiale dalle mie parti, e a quanto sarebbe bello andarci insieme. Penso che sarebbe proprio bello.

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Non importa quanto apparentemente siamo cresciute, quando io e Elena siamo insieme, abbiamo ancora irrimediabilmente dieci anni e capelli lunghissimi.

Abbiamo dieci anni e siamo a casa mia, mi sono trasferita da poco in una casa più grande. E’ inzio estate, le scuole sono finite, quindi passare il pomeriggio separate l’una dall’altra è fuori discussione. Siamo in giardino, le piante devono ancora crescere, la siepe è infatti molto bassa e a guardarla sembra di coglierla di sorpresa mentre cerca di sistemarsi i rami ma è ancora tutt’altro che pronta. Fa già abbastanza caldo da portare comodi pantaloncini corti, maglietta, e una fascia elastica per tenere indietro i capelli dalla fronte; scorraziamo sul prato ancora acerbo o siamo sedute su una pietra che ci fa da panchina. La nonna riesce contemporaneamente a non perderci mai di vista e a darsi da fare in cucina per preparare crostata o pizza per la merenda, e se non parla con noi, parla coi gatti o parla da sola. Il nonno ha sempre qualcosa da fare nell’orto, un orto che sembra un giardino botanico in miniatura per come è curato: le diverse coltivazioni sono separate tra loro da piccoli sentieri, con una precisione che farebbe pensare a qualcuno che, armato di riga e squadra, si è messo a disegnare l’orticello pefetto. Il nonno è silenzioso, quando andiamo a sbirciarlo ci sorride con gli occhi, se gli chiedo qualcosa mi risponde con un “oh, bella”, che in realtà ha una elle soltanto perché l’accento emiliano risuona costantemente, ed è di una dolcezza tale nella sua semplicità, che mi sarebbe sempre riecheggiato dentro.

Non importa cosa facciamo, magari ci diamo lo smalto alle unghie o fingiamo di vendere vestiti da sposa, oppure giochiamo coi gatti: la costante è che io e Elena non smettiamo mai di ridere, ridiamo così tanto che ci fa male la pancia e ci lacrimano gli occhi. Ci fa ridere come Elena ripete e cerca di tradurre le parole che sente dire in un dialetto per lei incomprensibile dai miei nonni, ci fa ridere quando sua mamma viene a prenderla e noi ascoltiamo il suo infinito dialogo con la nonna fingendo che parlino d’altro, ci fanno ridere le caricature – un po’ cattivelle – delle nostre amiche che disegniamo su un diario, le storie che inventiamo, io che faccio le facce o le voci buffe, qualcosa di stupido che ci confidiamo all’orecchio.

Il fatto che adesso abbiamo qualche anno in più non cambia di molto le cose: insieme torniamo ad essere quelle bambine, e il nostro modo di stare insieme è rimasto identico, facile e infantile. La sua risata è rimasta la stessa e a me basta quella per ridere a mia volta, e non smettere più.

La mia vicina si chiama Silvana. O almeno, così mi è sembrato di captare. E’ una signora di mezz’età coi capelli biondi e qualche chilo di troppo. Abita al palazzo accanto al mio al mare, in linea d’aria gli appartamenti sono molto vicini, e quando siamo a tavola  – e non solo – per forza di cose ci vediamo. Ha un tono molto alto di voce e parla gridando, e ovunque mi trovi, non solo in terrazza ma anche dentro casa, non posso fare a meno di ascoltare tutto ciò che dice. Parla a volte in inglese e a volte in italiano, spesso mischiando frasi e parole delle due lingue nello stesso discorso e col medesimo interlocutore. Si sente che è anglofone, sebbene parli un italiano perfetto e senza alcuna inflessione, e anche la maggior parte delle persone che frequentano la sua casa o alle quali telefona, evidentemente comprendono e parlano come lei entrambe le lingue, intercambiandole. A Silvana piace la musica napoletana, la mette a tutto volume quando stira o lava i pavimenti. Quando starnutisce, se non riconoscessi che si tratta del suo starnuto, potrei pensare che qualcuno è caduto dalle scale urlando o ha visto un fantasma e grida spaventato. Ha una risata grassa e contagiosa, e un marito con un gran pancione; li sento stappare bottiglie di champagne quasi tutti i giorni, e sembrano mangiare sempre cose appetitose.

In genere non ho una predilezione per le persone così costantemente rumorose e chiassose, in ogni aspetto del loro modo di essere, ma provo una spiccata simpatia per lei. Vorrei tanto conoscerla, e immagino scene in cui questo succede. Per esempio, immagino di bussarle alla porta con un vassoio di biscotti appena fatti, per conquistarla; o di attaccare in qualche modo bottone mentre siamo entrambe in terrazza. E poi, mi immagino seduta alla sua tavola, ben rimpinzata, mentre mi fa la cronaca della sua vita passata. Ascoltarla chiaccherare a macchinetta sono sicura che sarebbe salutare per me, che mi distrarebbe da qualsiasi eventuale problema.

Quindi, caso mai tu mi leggessi Silvana, sappi che secondo me potremmo diventare buone amiche.

La tua vicina di casa, Elisa.

 

Sola

Per la prima volta dopo molto tempo, credo da anni, ieri il mare è riuscito a trasmettermi un senso di pace totale, e a ricaricarmi le energie. A farmi sentire in quel modo, completamente rilassata, indubbiamente ha contribuito il fatto di essere sola attorno a pochi sconosciuti, il lettino posizionato sul bagnoasciuga, e la bella giornata calda e ventilata.  Ma sopratutto è la perfezione della scena che si svolgeva intorno che mi hanno dato quella sensazione: lo stagliarsi della copertina del mio libro all’orizzonte, lo scintillio tremolante del sole sulla distesa d’acqua chiara, i rumori, attenuati dalle onde, delle persone intorno. E la completa serenità che mi ha pian piano investito, derivava dal fatto che non ero un semplice osservatore di quel mondo, ma ne facevo parte, e di conseguenza più che i dettagli del quadro ne percepivo la bellezza d’insieme.  E per tutto il giorno ho mantenuto quella visione incantata, e i particolari –  l’ombra dei gabbiani in volo sulla sabbia, i movimenti lentissimi della signora distesa ad abbronzarsi poco distante da me, il calore sulla pelle, lo scorrere dei passanti sulla riva – abbellivano il tutto senza mai stonare o uscire dai contorni.

In quel momento, pensando a me, alla mia vita e a quello che mi circondava, mi sono sentita felice, e ho pensato a te: a te quando mi dici che per essere felici insieme due persone devono innnanzitutto essere felici singolarmente, e in un attimo non mi è più sembrato tanto difficile, ma anzi naturale. Ho sentito di comprendere fino in fondo quello che mi hai sempre detto, e per questo mi sono sentita molto vicina a te, perché incarnavo in quel momento alla perfezione un tuo pensiero, e ti sono stata infinitamente grata di avermelo trasmesso, e lo sono tuttora.

E’ stata una sensazione illuminante e nitida, ma non pretendevo che durasse tale e quale all’infinito, sapevo che sarebbe sbiadita anche per qualche futile motivo, che avrei sentito presto il folle bisogno di averti fisicamente accanto per essere davvero felice. Ma resto contenta di aver percepito così bene ciò di cui tu mi hai spesso parlato, resto consapevole di quello che deriva da quel momento e lo terrò sempre presente, ricordandolo con chiarezza.

Grigio

Di grigio cenere, forse più chiaro. Così Emma colorava il cielo, nei suoi dipinti. Usava lo stesso colore per tutti, ed era sorprendente come riuscisse a creare sempre la stessa tonalità. Non importava se volesse rappresentare alberi e paesaggi o una scena d’amore, lo sfondo era sempre quel cielo sobrio, quasi trasparente, come ad essere neutrale con tutti i suoi soggetti. Riserbava i colori vivaci alla parte inferiore del quadro, senza una predilezione particolare per uno o l’altro, ma sempre con un certo garbo.

“Certo che sei strana forte! Perché sempre quel colore insignificante? Oggi per esempio, è una giornata serena e luminosa perché non trarne ispirazione e inaugurare un bel turchese?”

Le ammonizioni della sua coinquilina non potevano lasciarla più indifferente, motivare la sua scelta non le interessava. Al massimo poteva rispondere con una frase sconnessa dal contesto come “ha telefonato tua madre”, ma senza mai staccare gli occhi dal quadro. Quella non era l’occupazione principale di Emma, non frequentava una scuola dedicata e neanche coltivava in maniera costante questa sua passione:  si potrebbe dire che era come se fosse affetta da attacchi d’arte, come se la pittura fosse per lei una malattia a poussés, che per mesi non le lasciava scampo, e poi si quietava.  Le fasi di attività non avevano però frenesia, era un susseguirsi di rituali dal ritmo cadenzato. Sedersi la mattina nello studio, intingere i pennelli nel colore, lavorare la tela: tutto procedeva con estrema calma ogni giorno fino a sera. E non lasciava mai un lavoro inconcluso, non si dedicava ad altro finché non lo portava a termine, non importava quanti giorni avesse richiesto.

Senza che Lui le avesse chiesto niente, una notte che dormirono insieme dopo l’amore, Emma prese a parlare del dipingere. Sembrava in trance, più che davvero sveglia. Allungando le gambe magre sotto il lenzuolo e fissando il soffitto, volle spiegare che il grigio del suo cielo, di tutti i suoi cieli, era il colore attraverso cui lei si guardava attorno. “Come attraverso una coltre di nebbia, una tenda sottile o delle lenti scure. Sono imparziale con quel che dipingo perché è così che tutto mi appare”.  Lui l’ascoltava in silenzio, temendo che una domanda potesse destarla del tutto e farla interrompere. Ma alla fine non si trattenne e le chiese: “Vedi così anche me? Fosco e appannato?” Lei si voltò e sgranò gli occhi verdi, come se solo in quel momento si accorgesse della sua presenza – “Tu sei coperto di fuliggine, potrei soffiarti sopra e scoprirti, ma non voglio. Perché sei tanto qui adesso, quanto assente domani, e allora non c’è motivo per guardarti sotto un cielo blu.”

Sogno o è domenica?

Oggi mi porti a spasso in vespa, per strade di città che conosco appena, tra serrande abbassate e pochi passanti stanchi. Io, dietro di te, rispondo con un “si” a tutto ciò che dici, facendo finta di capirti mentre tutte le tue parole si perdono nell’aria e tra i miei capelli; mi tengo a te ma non ti stringo. E non smetto mai di sorridere, mai, neanche quando tu non puoi vedermi, perché per noi non è mai domenica, è solo un altro Giorno di una vacanza interminabile. Ci fermiamo all’ombra di un piccolo balcone, appoggio i piedi a terra su un ciottolato un po’ sconnesso, e mi sento avvampare le guance sotto il tuo sguardo: non so se sono i tuoi occhi, o è il caldo che mi avvolge all’improvviso.

Ti tengo per mano e insieme ci affacciamo nei vicoli, ti affianco in silenzio, stringendo un po’ gli occhi alla luce, col capo leggermente chino, senza chiederti dove mi stai portando. Aspetto che tu mi dica: “Lo sai che facciamo adesso?”, per risponderti contenta che no, non lo so, e attendo in estasi la tua risposta. Ed è come recitare una breve formula magica, concordata tra noi, avendo la certezza che è quella giusta, ma non sapere cosa c’è da aspettarsi. Vivere la sorpresa come una forma di premura. Lasciare che tu decida per me, che tu indovini per me. E ti circondo con gli occhi mentre mi parli, cercando di non perdermi neanche una smorfia del tuo viso. E intanto puoi raccontarmi infinite storie, non c’è fretta di arrivare né di tornare: perché quando siamo insieme non è mai domenica, è solo un rincorrersi di Ore che fanno a gara per chi è la più dolce e la più veloce, e arrivan sempre tutte pari merito.

La festa dei libri

Questo mio ultimo esame mi impone di aprire e rileggere tanti dei libri usati nei miei anni di università: un viaggio nel tempo e nella memoria. Stavano lì, tutti schierati sulla mia libreria, e adesso si affollano sul tavolo, cercando di accaparrarsi un posticino nel caos. Quando ne prendo uno dallo scaffale, mi piace se cade per terra un mio inserto, nascosto fra le pagine, che sia uno schema o un promemoria, perché li rende ancora più personali, come se custodissero dei segreti. Ogni tanto un librone fa un volo per terra, e il cane si spaventa a morte per il tonfo. Classico.

I miei libri preferiti sono quelli con le pagine sottili sottili, come quelle di un elenco telefonico, liscie e fitte di parole.  Non mi piacciono i libri con un’impostazione da enciclopedia, patinati, che non riesci a leggerli perché riflettono la luce, né quelli che usano colori pallidi per le intestazioni.  Odio i libri troppo alti, che non stanno ben aperti; mi piacciono quelli impaginati in modo tale che si lasciano agilmente sfogliare.

Riconosco quelli più vissuti, perché hanno sottolineature e evidenziature sovrapposte, e mi dispiaccio un po’ di esser stata così accanita con loro. Quelli con cui fino alla fine sono stata invece particolarmente delicata, usando esclusivamente lapis o matite colorate a tratto leggero, sono i miei tesori, e riserbo loro uno sguardo affettuoso. Tra loro poi, ho apprezzato molto quelli con un indice analitico molto accurato, che è fondamentale per velocizzare una ricerca, e quelli con i box riassuntivi alla fine dei capitoli, che possono salvare la vita nella necessità di un ripasso veloce.

Ricordo di averli accarezzati tutti, ma di averli amati di più nel momento in cui ho potuto riporli. E adesso che sono qui tutti insieme, aperti e sovrapposti tra loro,  chiamati all’ordine per l’occasione, mi sembra come una piccola festa dei libri, o una loro riunione. E ognuno dice la sua, e ascoltarli tutti insieme è impossibile, ma fanno un chiasso davvero piacevole.