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Archive for the ‘ricordi’ Category

Avete presente quei momenti in cui ci si sente investiti tutto d’un tratto da un’ondata di sensazioni inaspettate? Nausea, fastidio per qualcosa, oppure piacevoli ricordi che tornano a galla quando meno ci si aspetta, la voglia di qualcosa, un istinto improvviso. Mai capitato? A me è successo stamattina, e devo ammettere che ci è voluta una certa mente fredda e un tocco d’analisi per dar forma ai pensieri. Somigliava a un deja-vu, ma senza che tra loro gli elementi avessero una qualche correlazione.

D’un tratto ho sentito una pungente mancanza: mi è mancato quel momento alle elementari in cui le maestre in classe distribuivano le fotocopie, e soprattutto il momento successivo, in cui ne ritagliavo accuratamente i bordi e poi distribuivo la colla a cornice sul retro prima di appiccicarle al quaderno, stendendole con cura. Contemporaneamente mi sono venuti in mente i pantaloni di velluto a costine di mio nonno, color senape, e ho sentito il desiderio di vedere in giro dei signori della sua età con quegli stessi pantaloni: di vedere un’intera squadra di nonni vestita nello stesso modo, così da ricordarmelo più intensamente.

Mi è venuta voglia di calze di lana blu notte, che in giro non si trovano, e di colorarmi i capelli rosso rame e acconciarli in una treccia. Mi è venuta voglia dei limoncini canditi di Amy di Piccole Donne, che a me i canditi non son mai piaciuti ma quelli sembravano davvero buoni; avrei voluto nello stesso momento impastare un dolce, incartare un regalo, cantare Fiori Rosa, Fiori di Pesco di Battisti davanti allo specchio, senza via d’uscita tra quale di queste attività scegliere.

Una volta che queste sensazioni mi hanno pian piano abbandonato, mi è rimasta addosso un’enorme carica vitale, come una spinta in avanti di poter essere tutto e desiderare qualsiasi cosa, e un fondo di calore e di dolcezza.

Sarà stato un regalo di Santa Lucia?

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Oggi penso ai cumulonembi, sebbene in cielo non ce ne siano: “cumolonembi” mi sembra un nome regale, e chissà se ci sarà una dinastia chiamata così.

Penso alle persone con gli occhi buoni, che non ce ne siano mai abbastanza. Penso ai sorrisi e alle parole di incoraggiamento delle persone con cui lavori, che ti fanno pensare di trovarti nel posto giusto. A quella pacca sulla spalla che fa sentire incredibilmente meglio e a chi la aspetta da tempo. Penso agli aneddoti buffi durante le pause e chi sa raccontarli bene.

Penso a chi si sposa oggi.

Penso ai miei sogni strampalati e affollati, e a come i frammenti di questi sogni vengano fuori durante tutto il giorno successivo, per affinità con quello che succede o a cui sto pensando. Come un puzzle che va ricomponendosi piano piano e fa appena in tempo ad esser pronto, prima che possa iniziarne subito uno nuovo.

Penso alla voglia di polenta fritta che mi viene appena fa un poco freddo.

Penso al mio otto ottobre scorso, a me e te ad Amsterdam insieme per la prima volta. Al fatto che non faceva poi così freddo, alla mia giacca rossa. A quanto mi sembrava folle e giusto allo stesso tempo, quello che stavo facendo. Penso a quel musicista di colore che suonava nel parco la domenica, al cielo terso di quel giorno, al nostro piccolo pic-nic sull’erba. Penso a tutti i posti che mi hai fatto scoprire tendendomi per mano, alla città vista dalla tua bicicletta mentre mi stringevo a te, a quanto mi è piaciuto immergermi in quella vita.

Penso a quanto mi piace indossare camicie celesti.

Penso alla corona d’alloro della mia laurea, che ho appeso, tutta spruzzata di lacca, a una mensola di camera mia. E mi chiedo se è contenta di restare con me.

 

Penso che tra poco ci sarà la sagra del cinghiale dalle mie parti, e a quanto sarebbe bello andarci insieme. Penso che sarebbe proprio bello.

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La festa dei libri

Questo mio ultimo esame mi impone di aprire e rileggere tanti dei libri usati nei miei anni di università: un viaggio nel tempo e nella memoria. Stavano lì, tutti schierati sulla mia libreria, e adesso si affollano sul tavolo, cercando di accaparrarsi un posticino nel caos. Quando ne prendo uno dallo scaffale, mi piace se cade per terra un mio inserto, nascosto fra le pagine, che sia uno schema o un promemoria, perché li rende ancora più personali, come se custodissero dei segreti. Ogni tanto un librone fa un volo per terra, e il cane si spaventa a morte per il tonfo. Classico.

I miei libri preferiti sono quelli con le pagine sottili sottili, come quelle di un elenco telefonico, liscie e fitte di parole.  Non mi piacciono i libri con un’impostazione da enciclopedia, patinati, che non riesci a leggerli perché riflettono la luce, né quelli che usano colori pallidi per le intestazioni.  Odio i libri troppo alti, che non stanno ben aperti; mi piacciono quelli impaginati in modo tale che si lasciano agilmente sfogliare.

Riconosco quelli più vissuti, perché hanno sottolineature e evidenziature sovrapposte, e mi dispiaccio un po’ di esser stata così accanita con loro. Quelli con cui fino alla fine sono stata invece particolarmente delicata, usando esclusivamente lapis o matite colorate a tratto leggero, sono i miei tesori, e riserbo loro uno sguardo affettuoso. Tra loro poi, ho apprezzato molto quelli con un indice analitico molto accurato, che è fondamentale per velocizzare una ricerca, e quelli con i box riassuntivi alla fine dei capitoli, che possono salvare la vita nella necessità di un ripasso veloce.

Ricordo di averli accarezzati tutti, ma di averli amati di più nel momento in cui ho potuto riporli. E adesso che sono qui tutti insieme, aperti e sovrapposti tra loro,  chiamati all’ordine per l’occasione, mi sembra come una piccola festa dei libri, o una loro riunione. E ognuno dice la sua, e ascoltarli tutti insieme è impossibile, ma fanno un chiasso davvero piacevole.

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Cose a cui mi capita di pensare.

Penso a quei tristi mozziconi che restano dopo aver appuntato quasi tutta la matita; non si riescono neanche più a tenere in mano, eppure io non ho mai avuto il coraggio di buttarli. O a quelle ciocche sulla nuca che – per chi ha i capelli lunghi abbastanza, ovviamente – crescono ribelli e con un andamento completamente diverso dalle altre, che mi soffermo a guardarle e quasi mi dispiace coprirle col resto della chioma. Penso all’ultimissima nota di una canzone che spesso non viene ascoltata, alla poca visibilità del rigo finale della postfazione di un libro, all’ultimo nome che compare nei titoli di coda di un film. E poi, all’ultima pagina di quaderno non scritta; l’alunno nel banco dell’ultima fila, silenzioso, non così tanto da destare preoccupazione, ma abbastanza da passare inosservato; quel maglione coi fili tirati sullo scaffale di un negozio, che nessuno sceglierà.

Ho sempre avuto un debole per i potenziali inespressi, per la riservatezza, le persone un po’ taciturne, per gli oggetti dimenticati che rischiano di cadere in disuso. Le forme di vita nascoste ad un occhio poco attento,  timide ma a loro modo presenti, si sono sempre meritate un piccolo posto nelle mie quotidiane considerazioni. Farci caso è un modo come un altro per tenere i piedi a terra e allenare la vista e la sensibilità.

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Va a finire che la principessa molla il principe azzurro all’altare e scappa col suo insegnante di pianoforte. E il principe, dopo l’iniziale sconforto, coglie l’occasione per quel viaggio in India che aveva sempre sognato di fare, e torna rinnovato nel corpo e nella mente.

Finisce che studi per fare il medico anche se al liceo era praticamente l’unica alternativa che avevi escluso, e sei sempre più inaspettatamente felice ad ogni passo fatto in più per diventarlo; perché i sogni, come le maree, cambiano, subendo l’attrazione reciproca di diversi pianeti. Finisce che ritorni in posti che dopo averci messo piede la prima volta avevi detto “mai più”,  perché conosci qualcuno che ti insegna a guardarli sotto tutt’altra luce e così impari ad amarli, e diventano per te una seconda casa. Finisce che, pur ampliando i tuoi orizzonti musicali, e raffinando i tuoi gusti, periodicamente ascolti  a ripetizione una stessa canzone, tutto il giorno come quando avevi quindici anni, e quella fa da sfondo al tuo film mentale del momento. Le impressioni e i rapporti si stravolgono: quella che prima di conoscerla avevi giudicato come superficiale e poco interessante diventa la tua migliore amica, scopri di essere diventato tollerante verso persone che prima ti avrebbero dato sui nervi, perché hai canalizzato le tue energie altrove e conosci meglio te stesso. E quando pensi che ormai non succederà più, inizi a provare indifferenza verso qualcuno che ti ha ferito in passato, perché è passata abbastanza acqua sotto i ponti per capire che “è stato un bene che le cose siano andate come sono andate”. Stimoli e prospettive eccitanti ti arrivano dai posti più inaspettati: da un libro consigliato da un professore all’università, dalle parole di uno sconosciuto trovatosi nel posto giusto al momento giusto, da un nuovo amore. Finisce nei modi più diversi: un tuo amico d’infanzia molla la ditta del padre e si iscrive all’università a trent’ anni, lavorando come barista per pagarsi gli studi, ed è felice come una Pasqua; un altro si

sposa con una ragazza conosciuta in vacanza solo tre mesi prima, altri continuano semplicemente a vivere nel luogo dove sono nati e cresciuti, e si sono cuciti su misura una vita con tutte le coordinate ai posti giusti.

Non si parla di incongruenze, né d’ironia né della seppur valida Legge di Murphy. Riflettevo solo sul fatto che ponevo una domanda davvero difficile alla mamma, alla fine delle storie che mi raccontava da piccola alla sera:  “Allora mamma, come va a finire?” Perché non c’è niente di prevedibile, né di conclusivo in una storia come in un finale. Lei, scherzando mi rispondeva “Vissero per sempre felici e cornuti!”. Poi, di fronte alle mie scontate proteste sorrideva e, smentendosi, diceva: “Hai ragione amore, la verità è che… vissero tutti felici e contenti. Adesso però dormi”.

amore - Foto di Elena Pellicci

 

 

 

 

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