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Archive for the ‘motivazioni’ Category

Vorrei che mi piacessero le spezie, perché così mi sentirei una persona esotica e interessante.

Vorrei che i gatti avessero venti vite anziché sette, e che i cani vedessero a colori.

Vorrei regalare il tempo che perdo a chi sa farne un uso migliore di me, e rubarne un po’ a chi non sa che farne.

Vorrei un’occasione alla settimana per festeggiare, due Natali all’anno e un autunno più lungo.

Vorrei un mondo in cui il pout pourri non esiste, in cui le cassiere sorridono di più e le commesse di meno.

Vorrei che le persone ce l’avessero meno con il tempo; così che il vento, la neve e la pioggia non si ritorgessero sempre contro di loro.

Vorrei essere meno permalosa, più docile e più autonoma. Vorrei avere spalle più forti.

Vorrei avere orecchie più grandi, per ascoltarti meglio, e anche una bocca più grande, per parlarti più spesso.

 

Vorrei un posto al mondo solo nostro, e tanti posti al mondo nostri solo per un po’ di tempo.

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Avete presente quei momenti in cui ci si sente investiti tutto d’un tratto da un’ondata di sensazioni inaspettate? Nausea, fastidio per qualcosa, oppure piacevoli ricordi che tornano a galla quando meno ci si aspetta, la voglia di qualcosa, un istinto improvviso. Mai capitato? A me è successo stamattina, e devo ammettere che ci è voluta una certa mente fredda e un tocco d’analisi per dar forma ai pensieri. Somigliava a un deja-vu, ma senza che tra loro gli elementi avessero una qualche correlazione.

D’un tratto ho sentito una pungente mancanza: mi è mancato quel momento alle elementari in cui le maestre in classe distribuivano le fotocopie, e soprattutto il momento successivo, in cui ne ritagliavo accuratamente i bordi e poi distribuivo la colla a cornice sul retro prima di appiccicarle al quaderno, stendendole con cura. Contemporaneamente mi sono venuti in mente i pantaloni di velluto a costine di mio nonno, color senape, e ho sentito il desiderio di vedere in giro dei signori della sua età con quegli stessi pantaloni: di vedere un’intera squadra di nonni vestita nello stesso modo, così da ricordarmelo più intensamente.

Mi è venuta voglia di calze di lana blu notte, che in giro non si trovano, e di colorarmi i capelli rosso rame e acconciarli in una treccia. Mi è venuta voglia dei limoncini canditi di Amy di Piccole Donne, che a me i canditi non son mai piaciuti ma quelli sembravano davvero buoni; avrei voluto nello stesso momento impastare un dolce, incartare un regalo, cantare Fiori Rosa, Fiori di Pesco di Battisti davanti allo specchio, senza via d’uscita tra quale di queste attività scegliere.

Una volta che queste sensazioni mi hanno pian piano abbandonato, mi è rimasta addosso un’enorme carica vitale, come una spinta in avanti di poter essere tutto e desiderare qualsiasi cosa, e un fondo di calore e di dolcezza.

Sarà stato un regalo di Santa Lucia?

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Oggi penso ai cumulonembi, sebbene in cielo non ce ne siano: “cumolonembi” mi sembra un nome regale, e chissà se ci sarà una dinastia chiamata così.

Penso alle persone con gli occhi buoni, che non ce ne siano mai abbastanza. Penso ai sorrisi e alle parole di incoraggiamento delle persone con cui lavori, che ti fanno pensare di trovarti nel posto giusto. A quella pacca sulla spalla che fa sentire incredibilmente meglio e a chi la aspetta da tempo. Penso agli aneddoti buffi durante le pause e chi sa raccontarli bene.

Penso a chi si sposa oggi.

Penso ai miei sogni strampalati e affollati, e a come i frammenti di questi sogni vengano fuori durante tutto il giorno successivo, per affinità con quello che succede o a cui sto pensando. Come un puzzle che va ricomponendosi piano piano e fa appena in tempo ad esser pronto, prima che possa iniziarne subito uno nuovo.

Penso alla voglia di polenta fritta che mi viene appena fa un poco freddo.

Penso al mio otto ottobre scorso, a me e te ad Amsterdam insieme per la prima volta. Al fatto che non faceva poi così freddo, alla mia giacca rossa. A quanto mi sembrava folle e giusto allo stesso tempo, quello che stavo facendo. Penso a quel musicista di colore che suonava nel parco la domenica, al cielo terso di quel giorno, al nostro piccolo pic-nic sull’erba. Penso a tutti i posti che mi hai fatto scoprire tendendomi per mano, alla città vista dalla tua bicicletta mentre mi stringevo a te, a quanto mi è piaciuto immergermi in quella vita.

Penso a quanto mi piace indossare camicie celesti.

Penso alla corona d’alloro della mia laurea, che ho appeso, tutta spruzzata di lacca, a una mensola di camera mia. E mi chiedo se è contenta di restare con me.

 

Penso che tra poco ci sarà la sagra del cinghiale dalle mie parti, e a quanto sarebbe bello andarci insieme. Penso che sarebbe proprio bello.

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Per la prima volta dopo molto tempo, credo da anni, ieri il mare è riuscito a trasmettermi un senso di pace totale, e a ricaricarmi le energie. A farmi sentire in quel modo, completamente rilassata, indubbiamente ha contribuito il fatto di essere sola attorno a pochi sconosciuti, il lettino posizionato sul bagnoasciuga, e la bella giornata calda e ventilata.  Ma sopratutto è la perfezione della scena che si svolgeva intorno che mi hanno dato quella sensazione: lo stagliarsi della copertina del mio libro all’orizzonte, lo scintillio tremolante del sole sulla distesa d’acqua chiara, i rumori, attenuati dalle onde, delle persone intorno. E la completa serenità che mi ha pian piano investito, derivava dal fatto che non ero un semplice osservatore di quel mondo, ma ne facevo parte, e di conseguenza più che i dettagli del quadro ne percepivo la bellezza d’insieme.  E per tutto il giorno ho mantenuto quella visione incantata, e i particolari –  l’ombra dei gabbiani in volo sulla sabbia, i movimenti lentissimi della signora distesa ad abbronzarsi poco distante da me, il calore sulla pelle, lo scorrere dei passanti sulla riva – abbellivano il tutto senza mai stonare o uscire dai contorni.

In quel momento, pensando a me, alla mia vita e a quello che mi circondava, mi sono sentita felice, e ho pensato a te: a te quando mi dici che per essere felici insieme due persone devono innnanzitutto essere felici singolarmente, e in un attimo non mi è più sembrato tanto difficile, ma anzi naturale. Ho sentito di comprendere fino in fondo quello che mi hai sempre detto, e per questo mi sono sentita molto vicina a te, perché incarnavo in quel momento alla perfezione un tuo pensiero, e ti sono stata infinitamente grata di avermelo trasmesso, e lo sono tuttora.

E’ stata una sensazione illuminante e nitida, ma non pretendevo che durasse tale e quale all’infinito, sapevo che sarebbe sbiadita anche per qualche futile motivo, che avrei sentito presto il folle bisogno di averti fisicamente accanto per essere davvero felice. Ma resto contenta di aver percepito così bene ciò di cui tu mi hai spesso parlato, resto consapevole di quello che deriva da quel momento e lo terrò sempre presente, ricordandolo con chiarezza.

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Va a finire che la principessa molla il principe azzurro all’altare e scappa col suo insegnante di pianoforte. E il principe, dopo l’iniziale sconforto, coglie l’occasione per quel viaggio in India che aveva sempre sognato di fare, e torna rinnovato nel corpo e nella mente.

Finisce che studi per fare il medico anche se al liceo era praticamente l’unica alternativa che avevi escluso, e sei sempre più inaspettatamente felice ad ogni passo fatto in più per diventarlo; perché i sogni, come le maree, cambiano, subendo l’attrazione reciproca di diversi pianeti. Finisce che ritorni in posti che dopo averci messo piede la prima volta avevi detto “mai più”,  perché conosci qualcuno che ti insegna a guardarli sotto tutt’altra luce e così impari ad amarli, e diventano per te una seconda casa. Finisce che, pur ampliando i tuoi orizzonti musicali, e raffinando i tuoi gusti, periodicamente ascolti  a ripetizione una stessa canzone, tutto il giorno come quando avevi quindici anni, e quella fa da sfondo al tuo film mentale del momento. Le impressioni e i rapporti si stravolgono: quella che prima di conoscerla avevi giudicato come superficiale e poco interessante diventa la tua migliore amica, scopri di essere diventato tollerante verso persone che prima ti avrebbero dato sui nervi, perché hai canalizzato le tue energie altrove e conosci meglio te stesso. E quando pensi che ormai non succederà più, inizi a provare indifferenza verso qualcuno che ti ha ferito in passato, perché è passata abbastanza acqua sotto i ponti per capire che “è stato un bene che le cose siano andate come sono andate”. Stimoli e prospettive eccitanti ti arrivano dai posti più inaspettati: da un libro consigliato da un professore all’università, dalle parole di uno sconosciuto trovatosi nel posto giusto al momento giusto, da un nuovo amore. Finisce nei modi più diversi: un tuo amico d’infanzia molla la ditta del padre e si iscrive all’università a trent’ anni, lavorando come barista per pagarsi gli studi, ed è felice come una Pasqua; un altro si

sposa con una ragazza conosciuta in vacanza solo tre mesi prima, altri continuano semplicemente a vivere nel luogo dove sono nati e cresciuti, e si sono cuciti su misura una vita con tutte le coordinate ai posti giusti.

Non si parla di incongruenze, né d’ironia né della seppur valida Legge di Murphy. Riflettevo solo sul fatto che ponevo una domanda davvero difficile alla mamma, alla fine delle storie che mi raccontava da piccola alla sera:  “Allora mamma, come va a finire?” Perché non c’è niente di prevedibile, né di conclusivo in una storia come in un finale. Lei, scherzando mi rispondeva “Vissero per sempre felici e cornuti!”. Poi, di fronte alle mie scontate proteste sorrideva e, smentendosi, diceva: “Hai ragione amore, la verità è che… vissero tutti felici e contenti. Adesso però dormi”.

amore - Foto di Elena Pellicci

 

 

 

 

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la ricetta di un blog

Quando ho iniziato a trafficare su WordPress per creare un blog, non so perché, la prima cosa che mi è venuta in mente, è quel film che si intitola “Julia & Julie”, in cui la ragazza – un’aspirante scrittrice – si ispira alla famosa cuoca Julia Child, e decide di cimentarsi nelle sue ricette raccontando giorno per giorno l’esperienza in un blog. Non so se mi è venuto in mente perché mi accomuna alla protagonista sia la passione per la cucina che per la scrittura, ma io in verità non so farmi neanche un uovo al tegamino, quindi non avrei potuto emularla. Il fatto è, che ho cercato un filo conduttore per i miei racconti – si, chiamiamoli così – e non l’ho trovato. E siccome non ho né l’intenzione di tenere un diario, né quella di sottoporvi casi clinici, ho usato un titolo per questo blog che fosse in qualche modo “un paracadute”, e allo stesso tempo un recipiente abbastanza grande da contenere una miriade di ingredienti. Ispirandomi ad un libro che ho letto recentemente, l’ho chiamato così: questo spazio vuole essere infatti un raccoglitore di brevi  storie e riflessioni, scaturite da “piccoli oggetti muti”, come dice l’autrice del mio libro. Ma io, a differenza di B. Yoshimoto, in questo termine voglio racchiudere qualsiasi cosa che non abbia voce per esprimersi; sia che si tratti davvero di un oggetto inanimato – per esempio un ciondolo di giada, per l’appunto – sui cui inventare una storia, dandogli così il suo momento di gloria, sia che si tratti di sentimenti, che hanno bisogno di essere condensati e fermati da qualche parte, perché non possono raccontarsi da soli.

Con tutto ciò,  spero solo di non pasticciare troppe torte, e di non mandare a fuoco la cucina.

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