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Archive for the ‘libri’ Category

La vita di Brod fu una lenta assimilazione del fatto che il mondo non era per lei; che, quale che fosse la ragione, non sarebbe mai stata nel contempo felice e sincera. Aveva la sensazione di tracimare, di produrre e accumulare sempre più amore dentro di sé. Ma senza mai scioglimento. Tavolo, incanto dell’elefante d’avorio, arcobaleno, cipolla, acconciatura, mollusco, Settimo Giorno, violenza, pellicina, melodramma, fossato, miele, sottocoppa… niente di tutto questo valeva a smuoverla. Si rivolgeva al suo mondo in onestà, alla ricerca di qualcosa che meritasse la quantità di amore che sapeva di avere dentro, ma a ogni cosa diceva: Non ti amo. Paletto di recinto marron-corteccia: Non ti amo. Poesia troppo lunga: Non ti amo. Cena nella scodella: Non ti amo. La fisica, l’idea di te, le tue leggi: Non ti amo. Nulla sembrava qualcosa in più di quello che era davvero. Tutto era semplicemente una cosa, impastoiata, da cima a fondo, nella propria cosalità.
Se avessimo aperto una pagina a casa del suo diario – che deve aver serbato e serbato in ogni momento, con la paura non che venisse perduto, scoperto o letto, ma di imbattersi un giorno nella cosa che finalmente valesse la pena di scrivere e ricordare e scoprire che non aveva qualcosa su cui scrivere – avremmo trovato una qualche enunciazione del seguente sentimento: non sono innamorata.
E dunque si doveva accontentare dell’idea dell’amore – di amare il fatto di amare cose della cui esistenza non le importava affatto. L’amore in sé divenne oggetto del suo amore. Lei amava se stessa innamorata, amava amare l’amore come l’amore ama amare: ed era in grado, quindi, di riconciliarsi con un mondo tanto diverso da quello che avrebbe auspicato. Non era il mondo la grande menzogna salutare: lo era la sua volontà di renderlo bello e giusto, di vivere una vita già-avulsa in un mondo già-avulso da quello dove tutti gli altri sembravano esistere.

Ogni Cosa è Illuminata

Jonathan Safran Foer

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La festa dei libri

Questo mio ultimo esame mi impone di aprire e rileggere tanti dei libri usati nei miei anni di università: un viaggio nel tempo e nella memoria. Stavano lì, tutti schierati sulla mia libreria, e adesso si affollano sul tavolo, cercando di accaparrarsi un posticino nel caos. Quando ne prendo uno dallo scaffale, mi piace se cade per terra un mio inserto, nascosto fra le pagine, che sia uno schema o un promemoria, perché li rende ancora più personali, come se custodissero dei segreti. Ogni tanto un librone fa un volo per terra, e il cane si spaventa a morte per il tonfo. Classico.

I miei libri preferiti sono quelli con le pagine sottili sottili, come quelle di un elenco telefonico, liscie e fitte di parole.  Non mi piacciono i libri con un’impostazione da enciclopedia, patinati, che non riesci a leggerli perché riflettono la luce, né quelli che usano colori pallidi per le intestazioni.  Odio i libri troppo alti, che non stanno ben aperti; mi piacciono quelli impaginati in modo tale che si lasciano agilmente sfogliare.

Riconosco quelli più vissuti, perché hanno sottolineature e evidenziature sovrapposte, e mi dispiaccio un po’ di esser stata così accanita con loro. Quelli con cui fino alla fine sono stata invece particolarmente delicata, usando esclusivamente lapis o matite colorate a tratto leggero, sono i miei tesori, e riserbo loro uno sguardo affettuoso. Tra loro poi, ho apprezzato molto quelli con un indice analitico molto accurato, che è fondamentale per velocizzare una ricerca, e quelli con i box riassuntivi alla fine dei capitoli, che possono salvare la vita nella necessità di un ripasso veloce.

Ricordo di averli accarezzati tutti, ma di averli amati di più nel momento in cui ho potuto riporli. E adesso che sono qui tutti insieme, aperti e sovrapposti tra loro,  chiamati all’ordine per l’occasione, mi sembra come una piccola festa dei libri, o una loro riunione. E ognuno dice la sua, e ascoltarli tutti insieme è impossibile, ma fanno un chiasso davvero piacevole.

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