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Archive for the ‘infanzia’ Category

Avete presente quei momenti in cui ci si sente investiti tutto d’un tratto da un’ondata di sensazioni inaspettate? Nausea, fastidio per qualcosa, oppure piacevoli ricordi che tornano a galla quando meno ci si aspetta, la voglia di qualcosa, un istinto improvviso. Mai capitato? A me è successo stamattina, e devo ammettere che ci è voluta una certa mente fredda e un tocco d’analisi per dar forma ai pensieri. Somigliava a un deja-vu, ma senza che tra loro gli elementi avessero una qualche correlazione.

D’un tratto ho sentito una pungente mancanza: mi è mancato quel momento alle elementari in cui le maestre in classe distribuivano le fotocopie, e soprattutto il momento successivo, in cui ne ritagliavo accuratamente i bordi e poi distribuivo la colla a cornice sul retro prima di appiccicarle al quaderno, stendendole con cura. Contemporaneamente mi sono venuti in mente i pantaloni di velluto a costine di mio nonno, color senape, e ho sentito il desiderio di vedere in giro dei signori della sua età con quegli stessi pantaloni: di vedere un’intera squadra di nonni vestita nello stesso modo, così da ricordarmelo più intensamente.

Mi è venuta voglia di calze di lana blu notte, che in giro non si trovano, e di colorarmi i capelli rosso rame e acconciarli in una treccia. Mi è venuta voglia dei limoncini canditi di Amy di Piccole Donne, che a me i canditi non son mai piaciuti ma quelli sembravano davvero buoni; avrei voluto nello stesso momento impastare un dolce, incartare un regalo, cantare Fiori Rosa, Fiori di Pesco di Battisti davanti allo specchio, senza via d’uscita tra quale di queste attività scegliere.

Una volta che queste sensazioni mi hanno pian piano abbandonato, mi è rimasta addosso un’enorme carica vitale, come una spinta in avanti di poter essere tutto e desiderare qualsiasi cosa, e un fondo di calore e di dolcezza.

Sarà stato un regalo di Santa Lucia?

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Non importa quanto apparentemente siamo cresciute, quando io e Elena siamo insieme, abbiamo ancora irrimediabilmente dieci anni e capelli lunghissimi.

Abbiamo dieci anni e siamo a casa mia, mi sono trasferita da poco in una casa più grande. E’ inzio estate, le scuole sono finite, quindi passare il pomeriggio separate l’una dall’altra è fuori discussione. Siamo in giardino, le piante devono ancora crescere, la siepe è infatti molto bassa e a guardarla sembra di coglierla di sorpresa mentre cerca di sistemarsi i rami ma è ancora tutt’altro che pronta. Fa già abbastanza caldo da portare comodi pantaloncini corti, maglietta, e una fascia elastica per tenere indietro i capelli dalla fronte; scorraziamo sul prato ancora acerbo o siamo sedute su una pietra che ci fa da panchina. La nonna riesce contemporaneamente a non perderci mai di vista e a darsi da fare in cucina per preparare crostata o pizza per la merenda, e se non parla con noi, parla coi gatti o parla da sola. Il nonno ha sempre qualcosa da fare nell’orto, un orto che sembra un giardino botanico in miniatura per come è curato: le diverse coltivazioni sono separate tra loro da piccoli sentieri, con una precisione che farebbe pensare a qualcuno che, armato di riga e squadra, si è messo a disegnare l’orticello pefetto. Il nonno è silenzioso, quando andiamo a sbirciarlo ci sorride con gli occhi, se gli chiedo qualcosa mi risponde con un “oh, bella”, che in realtà ha una elle soltanto perché l’accento emiliano risuona costantemente, ed è di una dolcezza tale nella sua semplicità, che mi sarebbe sempre riecheggiato dentro.

Non importa cosa facciamo, magari ci diamo lo smalto alle unghie o fingiamo di vendere vestiti da sposa, oppure giochiamo coi gatti: la costante è che io e Elena non smettiamo mai di ridere, ridiamo così tanto che ci fa male la pancia e ci lacrimano gli occhi. Ci fa ridere come Elena ripete e cerca di tradurre le parole che sente dire in un dialetto per lei incomprensibile dai miei nonni, ci fa ridere quando sua mamma viene a prenderla e noi ascoltiamo il suo infinito dialogo con la nonna fingendo che parlino d’altro, ci fanno ridere le caricature – un po’ cattivelle – delle nostre amiche che disegniamo su un diario, le storie che inventiamo, io che faccio le facce o le voci buffe, qualcosa di stupido che ci confidiamo all’orecchio.

Il fatto che adesso abbiamo qualche anno in più non cambia di molto le cose: insieme torniamo ad essere quelle bambine, e il nostro modo di stare insieme è rimasto identico, facile e infantile. La sua risata è rimasta la stessa e a me basta quella per ridere a mia volta, e non smettere più.

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