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Archive for the ‘dettagli’ Category

Vorrei che mi piacessero le spezie, perché così mi sentirei una persona esotica e interessante.

Vorrei che i gatti avessero venti vite anziché sette, e che i cani vedessero a colori.

Vorrei regalare il tempo che perdo a chi sa farne un uso migliore di me, e rubarne un po’ a chi non sa che farne.

Vorrei un’occasione alla settimana per festeggiare, due Natali all’anno e un autunno più lungo.

Vorrei un mondo in cui il pout pourri non esiste, in cui le cassiere sorridono di più e le commesse di meno.

Vorrei che le persone ce l’avessero meno con il tempo; così che il vento, la neve e la pioggia non si ritorgessero sempre contro di loro.

Vorrei essere meno permalosa, più docile e più autonoma. Vorrei avere spalle più forti.

Vorrei avere orecchie più grandi, per ascoltarti meglio, e anche una bocca più grande, per parlarti più spesso.

 

Vorrei un posto al mondo solo nostro, e tanti posti al mondo nostri solo per un po’ di tempo.

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Oggi penso ai cumulonembi, sebbene in cielo non ce ne siano: “cumolonembi” mi sembra un nome regale, e chissà se ci sarà una dinastia chiamata così.

Penso alle persone con gli occhi buoni, che non ce ne siano mai abbastanza. Penso ai sorrisi e alle parole di incoraggiamento delle persone con cui lavori, che ti fanno pensare di trovarti nel posto giusto. A quella pacca sulla spalla che fa sentire incredibilmente meglio e a chi la aspetta da tempo. Penso agli aneddoti buffi durante le pause e chi sa raccontarli bene.

Penso a chi si sposa oggi.

Penso ai miei sogni strampalati e affollati, e a come i frammenti di questi sogni vengano fuori durante tutto il giorno successivo, per affinità con quello che succede o a cui sto pensando. Come un puzzle che va ricomponendosi piano piano e fa appena in tempo ad esser pronto, prima che possa iniziarne subito uno nuovo.

Penso alla voglia di polenta fritta che mi viene appena fa un poco freddo.

Penso al mio otto ottobre scorso, a me e te ad Amsterdam insieme per la prima volta. Al fatto che non faceva poi così freddo, alla mia giacca rossa. A quanto mi sembrava folle e giusto allo stesso tempo, quello che stavo facendo. Penso a quel musicista di colore che suonava nel parco la domenica, al cielo terso di quel giorno, al nostro piccolo pic-nic sull’erba. Penso a tutti i posti che mi hai fatto scoprire tendendomi per mano, alla città vista dalla tua bicicletta mentre mi stringevo a te, a quanto mi è piaciuto immergermi in quella vita.

Penso a quanto mi piace indossare camicie celesti.

Penso alla corona d’alloro della mia laurea, che ho appeso, tutta spruzzata di lacca, a una mensola di camera mia. E mi chiedo se è contenta di restare con me.

 

Penso che tra poco ci sarà la sagra del cinghiale dalle mie parti, e a quanto sarebbe bello andarci insieme. Penso che sarebbe proprio bello.

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Grigio

Di grigio cenere, forse più chiaro. Così Emma colorava il cielo, nei suoi dipinti. Usava lo stesso colore per tutti, ed era sorprendente come riuscisse a creare sempre la stessa tonalità. Non importava se volesse rappresentare alberi e paesaggi o una scena d’amore, lo sfondo era sempre quel cielo sobrio, quasi trasparente, come ad essere neutrale con tutti i suoi soggetti. Riserbava i colori vivaci alla parte inferiore del quadro, senza una predilezione particolare per uno o l’altro, ma sempre con un certo garbo.

“Certo che sei strana forte! Perché sempre quel colore insignificante? Oggi per esempio, è una giornata serena e luminosa perché non trarne ispirazione e inaugurare un bel turchese?”

Le ammonizioni della sua coinquilina non potevano lasciarla più indifferente, motivare la sua scelta non le interessava. Al massimo poteva rispondere con una frase sconnessa dal contesto come “ha telefonato tua madre”, ma senza mai staccare gli occhi dal quadro. Quella non era l’occupazione principale di Emma, non frequentava una scuola dedicata e neanche coltivava in maniera costante questa sua passione:  si potrebbe dire che era come se fosse affetta da attacchi d’arte, come se la pittura fosse per lei una malattia a poussés, che per mesi non le lasciava scampo, e poi si quietava.  Le fasi di attività non avevano però frenesia, era un susseguirsi di rituali dal ritmo cadenzato. Sedersi la mattina nello studio, intingere i pennelli nel colore, lavorare la tela: tutto procedeva con estrema calma ogni giorno fino a sera. E non lasciava mai un lavoro inconcluso, non si dedicava ad altro finché non lo portava a termine, non importava quanti giorni avesse richiesto.

Senza che Lui le avesse chiesto niente, una notte che dormirono insieme dopo l’amore, Emma prese a parlare del dipingere. Sembrava in trance, più che davvero sveglia. Allungando le gambe magre sotto il lenzuolo e fissando il soffitto, volle spiegare che il grigio del suo cielo, di tutti i suoi cieli, era il colore attraverso cui lei si guardava attorno. “Come attraverso una coltre di nebbia, una tenda sottile o delle lenti scure. Sono imparziale con quel che dipingo perché è così che tutto mi appare”.  Lui l’ascoltava in silenzio, temendo che una domanda potesse destarla del tutto e farla interrompere. Ma alla fine non si trattenne e le chiese: “Vedi così anche me? Fosco e appannato?” Lei si voltò e sgranò gli occhi verdi, come se solo in quel momento si accorgesse della sua presenza – “Tu sei coperto di fuliggine, potrei soffiarti sopra e scoprirti, ma non voglio. Perché sei tanto qui adesso, quanto assente domani, e allora non c’è motivo per guardarti sotto un cielo blu.”

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Cose a cui mi capita di pensare.

Penso a quei tristi mozziconi che restano dopo aver appuntato quasi tutta la matita; non si riescono neanche più a tenere in mano, eppure io non ho mai avuto il coraggio di buttarli. O a quelle ciocche sulla nuca che – per chi ha i capelli lunghi abbastanza, ovviamente – crescono ribelli e con un andamento completamente diverso dalle altre, che mi soffermo a guardarle e quasi mi dispiace coprirle col resto della chioma. Penso all’ultimissima nota di una canzone che spesso non viene ascoltata, alla poca visibilità del rigo finale della postfazione di un libro, all’ultimo nome che compare nei titoli di coda di un film. E poi, all’ultima pagina di quaderno non scritta; l’alunno nel banco dell’ultima fila, silenzioso, non così tanto da destare preoccupazione, ma abbastanza da passare inosservato; quel maglione coi fili tirati sullo scaffale di un negozio, che nessuno sceglierà.

Ho sempre avuto un debole per i potenziali inespressi, per la riservatezza, le persone un po’ taciturne, per gli oggetti dimenticati che rischiano di cadere in disuso. Le forme di vita nascoste ad un occhio poco attento,  timide ma a loro modo presenti, si sono sempre meritate un piccolo posto nelle mie quotidiane considerazioni. Farci caso è un modo come un altro per tenere i piedi a terra e allenare la vista e la sensibilità.

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