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Non ti muovere.

Ti fermi, e l’adrenalina cala. Senti il sangue allontanarsi dalla testa e riaffluire piano alle membra, e quel leggero formicolio ti serve a capire che non devi essere in movimento per sentirti viva. Il fiato che ti è servito finora per parlare di colpo ti accorgi di poterlo usare solo per continuare a respirare. Inpiri e respiri. E intanto ti cresce qualcosa tra il cuore e lo stomaco, qualcosa di ingombrante che occupa tutto e tutto include, e per tenerlo lì senza affogare non puoi far altro che restare immobile.

Difettoso come il dolore

Il dolore è il mezzo attraverso cui il corpo ci informa di una condizione di danno, è il suo modo per gridare a se stesso “aiuto”. E’ pertanto una benedizione, un sistema – quasi – infallibile a cui dobbiamo esser grati.
Eppure, l’unica cosa che percepiamo è che quella sensazione così spiacevole è qualcosa di completamente estraneo a noi stessi, qualcosa che non ci appartiene, e l’unica cosa che vogliamo è smettere immediatamente di provarlo, cacciarlo via.

Non riusciamo a pensare ad altro. E se potessimo tornare indietro e dipendesse da noi e dal nostro comportamento, faremmo di tutto per evitare che si scateni.
Cerchiamo senza sosta una ragione, una causa plausibile per quello che proviamo, una logica spiegazione, ci affanniamo per capire.
E sia il nostro un dolore psichico o fisico, se è davvero insostenibile, cerchiamo incessantemente una cura, un modo per alleviare la nostra pena, e saremmo disposti a tutto per farlo.

Crediamo di sapere cosa ci farà stare meglio e vorremmo trovar da soli un rimedio, mentre cerchiamo di reagire; altre volte, esausti, non possiamo far altro che affidarsi agli altri, a chiunque ci rassicuri che passerà.
L’unica cosa che desideriamo è non sentire mai più quel dolore; raccomandiamo a noi stessi di non dimenticare quel momento, di usarlo come promemoria ogniqualvolta ci lamentiamo inutilmente del maltempo o del troppo da fare.
Ma poi quasi mai lo facciamo; se il recupero è completo probabilmente ce ne dimenticheremo quasi del tutto, o il ricordo comunque perderà il suo potere evocativo. L’esperienza dolorosa è qualcosa che rifiutamo nel momento stesso in cui ci sentiamo bene, e di cui ci rammentiamo solo quando succederà di nuovo.

La vita di Brod fu una lenta assimilazione del fatto che il mondo non era per lei; che, quale che fosse la ragione, non sarebbe mai stata nel contempo felice e sincera. Aveva la sensazione di tracimare, di produrre e accumulare sempre più amore dentro di sé. Ma senza mai scioglimento. Tavolo, incanto dell’elefante d’avorio, arcobaleno, cipolla, acconciatura, mollusco, Settimo Giorno, violenza, pellicina, melodramma, fossato, miele, sottocoppa… niente di tutto questo valeva a smuoverla. Si rivolgeva al suo mondo in onestà, alla ricerca di qualcosa che meritasse la quantità di amore che sapeva di avere dentro, ma a ogni cosa diceva: Non ti amo. Paletto di recinto marron-corteccia: Non ti amo. Poesia troppo lunga: Non ti amo. Cena nella scodella: Non ti amo. La fisica, l’idea di te, le tue leggi: Non ti amo. Nulla sembrava qualcosa in più di quello che era davvero. Tutto era semplicemente una cosa, impastoiata, da cima a fondo, nella propria cosalità.
Se avessimo aperto una pagina a casa del suo diario – che deve aver serbato e serbato in ogni momento, con la paura non che venisse perduto, scoperto o letto, ma di imbattersi un giorno nella cosa che finalmente valesse la pena di scrivere e ricordare e scoprire che non aveva qualcosa su cui scrivere – avremmo trovato una qualche enunciazione del seguente sentimento: non sono innamorata.
E dunque si doveva accontentare dell’idea dell’amore – di amare il fatto di amare cose della cui esistenza non le importava affatto. L’amore in sé divenne oggetto del suo amore. Lei amava se stessa innamorata, amava amare l’amore come l’amore ama amare: ed era in grado, quindi, di riconciliarsi con un mondo tanto diverso da quello che avrebbe auspicato. Non era il mondo la grande menzogna salutare: lo era la sua volontà di renderlo bello e giusto, di vivere una vita già-avulsa in un mondo già-avulso da quello dove tutti gli altri sembravano esistere.

Ogni Cosa è Illuminata

Jonathan Safran Foer

Vorrei che mi piacessero le spezie, perché così mi sentirei una persona esotica e interessante.

Vorrei che i gatti avessero venti vite anziché sette, e che i cani vedessero a colori.

Vorrei regalare il tempo che perdo a chi sa farne un uso migliore di me, e rubarne un po’ a chi non sa che farne.

Vorrei un’occasione alla settimana per festeggiare, due Natali all’anno e un autunno più lungo.

Vorrei un mondo in cui il pout pourri non esiste, in cui le cassiere sorridono di più e le commesse di meno.

Vorrei che le persone ce l’avessero meno con il tempo; così che il vento, la neve e la pioggia non si ritorgessero sempre contro di loro.

Vorrei essere meno permalosa, più docile e più autonoma. Vorrei avere spalle più forti.

Vorrei avere orecchie più grandi, per ascoltarti meglio, e anche una bocca più grande, per parlarti più spesso.

 

Vorrei un posto al mondo solo nostro, e tanti posti al mondo nostri solo per un po’ di tempo.

Considerata la mia totale improduttività nello scrivere, ultimamente mi sono dedicata alla lettura di blog e riviste di cucina – mondo estremamente affascinante – avventurandomi in alcune ricette rubate qua e là. Penso che il lavoro manuale rappacifichi col mondo, faccia sentire utili e attivi, e migliori l’umore. Non sono brava in nessun tipo di lavoro manuale, tanto meno a cucinare, sebbene il cibo eserciti su di me fin da sempre una notevole attrattiva. Mi sto avvicinando ai fornelli in questo periodo un po’ per necessità e un po’ per distrarmi dal grigiore invernale. Vorrei condividere con voi intanto almeno uno dei miei esperimenti, anche se esula dallo scopo iniziale di questo blog.

Ecco le foto della torta che ho preparato ieri sera: crostata di pere e crema al caramello.

Prima di infornare

La ricetta è tratta dal numero di Gennaio di “La Cucina Italiana”, e leggermente modificata (in particolare, ho eliminato due tuorli e aggiunto un po’ di latte all’impasto della base). La crema al caramello si prepara semplicemente spezzettando e aggiungendo del caramello, lasciato a riposare e raffreddare, alla crema pasticcera ancora calda sul fornello, in modo che si sciolga. Agli ingredienti base della crema inoltre è stato aggiunto un baccello di vaniglia. Le pere sono cotte in padella con zucchero semolato e vino bianco, finché il liquido non è del tutto evaporato. La base è una classica pastafrolla; l’unica differenza è l’aggiunta della maizena alla farina classica, e dello  zucchero a velo e di canna, oltre a quello semolato, all’impasto. La pasta viene stesa con un mattarello finché non acquisisce una bella forma circolare, e il giusto spessore, e posta in una teglia imburrata o rivestita di carta forno. Si versa quindi sopra la crema, si stende, e si dispongono le pere a raggiera (cinque metà); il resto della pera, tagliato a dadini va a riempire gli spazi vuoti.

Il risultato finale

Si cuoce a 185 gradi per 30-40 minuti, lasciandola poi riposare in forno per altri 10 minuti circa. Quando è fredda si spolverizza lo zucchero a velo setacciato.

Le foto sono prese dal mio Instagram.

Bon apetit!

Santa Lucia

Avete presente quei momenti in cui ci si sente investiti tutto d’un tratto da un’ondata di sensazioni inaspettate? Nausea, fastidio per qualcosa, oppure piacevoli ricordi che tornano a galla quando meno ci si aspetta, la voglia di qualcosa, un istinto improvviso. Mai capitato? A me è successo stamattina, e devo ammettere che ci è voluta una certa mente fredda e un tocco d’analisi per dar forma ai pensieri. Somigliava a un deja-vu, ma senza che tra loro gli elementi avessero una qualche correlazione.

D’un tratto ho sentito una pungente mancanza: mi è mancato quel momento alle elementari in cui le maestre in classe distribuivano le fotocopie, e soprattutto il momento successivo, in cui ne ritagliavo accuratamente i bordi e poi distribuivo la colla a cornice sul retro prima di appiccicarle al quaderno, stendendole con cura. Contemporaneamente mi sono venuti in mente i pantaloni di velluto a costine di mio nonno, color senape, e ho sentito il desiderio di vedere in giro dei signori della sua età con quegli stessi pantaloni: di vedere un’intera squadra di nonni vestita nello stesso modo, così da ricordarmelo più intensamente.

Mi è venuta voglia di calze di lana blu notte, che in giro non si trovano, e di colorarmi i capelli rosso rame e acconciarli in una treccia. Mi è venuta voglia dei limoncini canditi di Amy di Piccole Donne, che a me i canditi non son mai piaciuti ma quelli sembravano davvero buoni; avrei voluto nello stesso momento impastare un dolce, incartare un regalo, cantare Fiori Rosa, Fiori di Pesco di Battisti davanti allo specchio, senza via d’uscita tra quale di queste attività scegliere.

Una volta che queste sensazioni mi hanno pian piano abbandonato, mi è rimasta addosso un’enorme carica vitale, come una spinta in avanti di poter essere tutto e desiderare qualsiasi cosa, e un fondo di calore e di dolcezza.

Sarà stato un regalo di Santa Lucia?

Simmetrie.

28 Settembre 2011 – Amiche

 

 

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